Parliamo di openness
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Ci piace pensare che le cose siano connesse: civic hacking è solo un'etichetta. O un pescetto che nuota con altri abitanti marini: Open Data, Open Source, Open Access, Volontariato, licenze aperte e altre cosette. Questa settimana parliamo dell'acqua salata che ospita tutti i suddetti pesci: parliamo dell'idea di openness (una parola inglese che si traduce in italiano con "apertura"). Traducendo - piuttosto liberamente - la versione inglese di Wikipedia, con openness si intende "un concetto o una filosofia di portata globale, che si concentra sulla trasparenza e su un accesso libero e incondizionato all'informazione e alla conoscenza".
Insomma, senza acqua, niente pescetti. Senza openness, niente civic hacking.

Ps. Per quanto non ci piacciano molto le celebrazioni di persone note, in questi giorni ricorre l'anniversario della morte di Aaron Swartz e per questo attivista faremo un'eccezione (perché parlare di openness senza citarlo, ci parrebbe quantomeno incompleto). Se il nome non ti dice nulla, puoi partire da questo post di Valigia Blu. Se il nome ti dice qualcosa, puoi (ri)leggere l'ebook AARON SWARTZ
(1986-2013) - una vita per la cultura libera e la giustizia sociale
curato da Bernardo Parrella e Andrea Zanni (che puoi trovare qui). Oppure (ri)vedere The Internet's Own Boy: The Story of Aaron Swartz, documentario americano uscito un anno dopo la sua morte (che trovi qui).

Il contrario di "non serve che tu lo sappia"

Cara PA ti scrivo

Continuando con la traduzione della voce di openness di Wikipedia, ci informano che openness è il contrario di secrecy (nascondere informazioni ad alcune persone, rendendole disponibili ad altre, perché "non serve che tu lo sappia"). Con i dati, a volte, è così, ma non questa volta. Matteo Tempestini ci racconta di alcuni scambi che ha avuto con ARPAT (l'Agenzia Regionale per l'Ambiente della regione Toscana). Se da una parte, abbiamo un cittadino che propone soluzioni, dall'altra abbiamo un'Amministrazione che ascolta. Non importa cosa Tempestini ci debba fare, non importa nemmeno perché vuole accedere a questi dati. Nessuno risponde "non serve che tu lo sappia" (nè nessuna della variazioni paternalistiche che ogni tanto vengono snocciolate dall'Open Data Bingo), la soluzione viene trovata insieme.
Se poi, all'interno dell'ARPAT, sia stato pensato "ma cosa vuole 'sto rompib...e?", non è dato saperlo. Ci piace pensare, però, che non sia successo.

Tech, non tech?

Questa settimana Erika ha tradotto un blogpost di Rufus Pollock in cui vengono associate due cose legate alla stampa: l'invenzione di Gutenberg e la traduzione in inglese della Bibbia da parte di Tyndale. Se pensi che fare civic hacking sia solo una questione di tecnologia, forse la tua concentrazione è più su Gutenberg che su Tyndale: "troppo spesso ci concentriamo sulla tecnologia, dimenticandoci della cornice di leggi, proprietà e potere in cui la tecnologia opera. Abbaggliati dall’incredibile velocità del cambiamento tecnologico, siamo portati a pensare che la tecnologia dell’informazione sia la soluzione. Dovremmo concentrarci, invece, sullo scopo, sul potere e sulle politiche della tecnologia dell’informazione, senza presupporre che abbiano un goal positivo a prescindere. Facciamola semplice: il mezzo non è il messaggio e l’architettura aperta di internet non garantisce da sola che il mondo sia un posto più democratico o più aperto (come dimostrano gli eventi del 2016)".

Vent'anni

Quando nasce il termine Open Source? Vent'anni fa. A febbraio del 1998, stando alla Open Source Initiative. Se ti sta pervadendo un senso di anzianità ("vent'anni? Ma come? Io sono giovane! Nel 1998 ero un bebè!"), dimentica l'inutile senso di negazione e rendi proficuo il tuo lutto (la vecchitudine ci accomuna, ma dai sù, non è così male). Potresti rileggerti un paio di cose datate 1998 su software, Open Source e modelli economici che sono tuttora attuali, e dannatamente interessanti.
La prima è una traduzione di un pezzo di Eric S. Raymond che trovi sul sito di Apogeo. "Quella che segue è la mia analisi di un progetto open source di successo, fetchmail [...] Le mie argomentazioni [...] mettono a confronto due diversi stili di sviluppo, il modello “cattedrale” in voga in gran parte del mondo commerciale, opposto al modello “bazaar” del mondo Linux [...] concludendo infine con una serie di riflessioni sulle implicazioni di queste analisi per il futuro del software".
La seconda parla di noosfera, Locke e hacker: "Dopo aver osservato la contraddizione esistente tra l'ideologia “ufficiale” definita dalle licenze open source e il comportamento degli hacker, vengono prese in esame gli usi che in concreto regolano la proprietà e il controllo del software open source. [...] Per passare infine a considerare le implicazioni di tale analisi riguardo la risoluzione dei conflitti nella cultura in generale, sviluppando alcune utili indicazioni generali".
Se nel 1998 eri effettivamente un bebè, quanto detesti le parole "nativo digitale"?

NELLA LIBRERIA DI #CivicHackingIT

Open non è free. Comunità digitali tra etica hacker e mercato globale di Ippolita, Elèuthera

Cosa succede quando l'etica hacker (che sia civic, software, o qualsiasi altro hackeraggio) si diffonde e entra "a sistema"? Open non è free cerca di rispondere a questa domanda (ma anche a molte altre). Licenze, Open Source e dinamiche di comunità vengono tutti affrontati in questo saggio. "Ma diffondere le conoscenze e le informazioni, nell’età in cui l’informazione è il bene più prezioso, l’unica vera moneta di scambio e fonte di potere, è già di per sé sovversivo. Oggi gli hacker detengono senz’altro il potere tecnico per costruirsi le loro reti telefoniche o reti di qualsiasi altro tipo, senza chiedere il permesso a nessuno, negoziando invece con i soggetti interessati i possibili scenari. Dovrebbero solo sporcarsi di più le mani con la vita reale, prendere la parola e imparare a parlare anche a persone che non hanno la loro competenza tecnica".
Buona lettura!

Erika e Matteo
 
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