Open-washing, conosci?
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Benvenuto 2019!
Come promesso, eccoci tornati sul tuo schermo. Al contrario di chi preferisce un ritorno calmo e tranquillo, a noi piace rientrare col botto! Ecco perché oggi parliamo di una cosa di cui non abbiamo mai parlato prima - più o meno - e lo facciamo con tutte cose scritte da noi (non ti aspettare che sia così per tutto il 2019, siamo ancora convinti che ci siano un sacco di persone che fanno cose interessanti oltre a noi).

Detto questo di cosa parliamo oggi? Parliamo di open-washing e del perché è importante che i dati siano aperti, non solo disponibili. Mettiamoci d'accordo sui termini, prima di cominciare. "Stiamo assistendo al diffondersi di una tendenza che, ispirati dal “greenwashing” [la parvenza ecologista di facciata, N.d.T.], potremmo definire “open-washing” [gioco di parole tra Open e whitewashing, che significa insabbiamento, N.d.T.], ossia l’abitudine di chi pubblica i dati di definirli aperti anche quando non lo sono, anzi sono disponibili solo con termini di utilizzo piuttosto limitati. Se, in questo momento delicato dell’evoluzione della società guidata dai dati, non siamo criticamente consapevoli della differenza, finiremo per ingabbiare il flusso vitale di dati in infrastrutture chiuse costruite e controllate da aziende internazionali. Ma finiremo anche per lodare e supportare il tipo sbagliato e insostenibile di sviluppo tecnologico". Prima di continuare, vai a leggere “Open-washing”: la differenza tra aprire i dati e renderli semplicemente disponibili di Christian Villum (che ha tradotto Erika a dicembre).

Ora che ci siamo allineati...

Insabbiamo i dati aperti

Sapere è un diritto?

"Il movimento legato all’Open Data e all’Open Government è cresciuto con costanza negli ultimi anni. Siamo testimoni di una corsa alla pubblicazione dei dati da parte di Governi che, fino a poco tempo fa, ne erano completamente disinteressati. [...] Perché i Governi ci danno i dati grezzi, e ce li danno ora? Principalmente per due ragioni: 1. Perché ci fanno una bella figura. 2. Perché devono. Quando aprire i dati non sarà più innovativo o sexy, dobbiamo poter far appello alla seconda motivazione. Il diritto alla conoscenza è l’infrastruttura che permette all’ecosistema attorno agli Open Data e all’Open Government di funzionare, anche se spesso viene dimenticato". Zara Rahman ha scritto questo pezzo - che Erika ha tradotto - per riflettere su una cosa apparentemente semplice: Open Data e il diritto di conoscenza sono intrecciati. Semplice, vero? Fidati, no. Anzi non fidarti, prenditi cinque minuti e leggi perché no.

Domande scomode

A settembre c'è stata la IODC, la conferenza internazionale sugli Open Data. Una delle cose di cui hanno discusso è proprio l'open-washing. Ne hanno scritto James McKinney, Oscar Montiel e Ana Brandusescu  per Open Knowledge Foundation (e Erika ha tradotto il post in italiano).
"Per andare oltre alla pubblicazione dei dati, abbiamo chiesto ai partecipanti di pensare a queste quattro domande chiave:
  1. Come fa un contesto specifico a incoraggiare o scoraggiare l’open-washing?
  2. In quale modo l’openness giova (o non giova) alle comunità non-tecniche?
  3. Come si collega la mancanza di apertura con la cultura?
  4. Qual è il nostro ruolo di organizzazioni della società civile/mediatori dell’informazione o Pubbliche Amministrazioni nell’affrontare l’open-washing?

L’ultima domanda si è rivelata fondamentale per riconoscere che l’open-washing è qualcosa di più profondo di quello che succede incolpando uno o l’altro gruppo come unico responsabile di questa pratica".
Perché riflettere sui dati al di là della loro pubblicazione? Perché chiedere (e far pubblicare dati) non basta, come ci insegnano i CAP, che probabilmente non saranno mai disponibili in Open Data, ma che hanno dato vita a uno strano paradosso legale in Canada (lo sappiamo che il link è in inglese, ma se non fosse davvero interessante non l'avremmo infilato).

La portiamo in Italia

"Un insieme di dati è Open Data quando possiede una serie di caratteristiche, sia tecniche che legali. Se solo una di queste non è presente, allora non si tratta di Open Data. Dire Open Data significa qualcosa di specifico: è necessario rendere evidente questa cosa, per questo noi attivisti dovremmo richiamare l’attenzione sulla necessità di chiamare Open Data quello che davvero lo è in maniera più incisiva. Non è soltanto una questione di licenza, non è soltanto una questione dell’adozione di uno standard tecnologico aperto, non è soltanto voglia di rompere le scatole". Matteo parte dagli Open Data per riflettere sull'open-washing in Italia, che sarà pure vero che in italiano se ne parla poco, ma non è che non abbiamo maturato la sensibilità per accorgerci di quando ce lo troviamo davanti (come dimostra questo Tweet di Giorgia Lodi).

NELLA LIBRERIA DI #CivicHackingIT

La strana morte dell'ammiraglio di AA.VV., GIUNTI

Dato l'argomento della settimana, ci sembrava obbligatorio mettere un bel giallo, una cosa misteriosa che ha bisogno di essere letta con attenzione, in cui bisogna andare a caccia di indizi per non farsi sfuggire la verità. Un po' come quando si cerca di capire dove si insidia l'open-washing. Quindi abbiamo scelto un romanzo che:
- è causato e risolto da molte persone,
- ha vari elementi di facciata, ma anche vari elementi sostanziali,
- gli scrittori ci hanno fatto bella figura, ma hanno anche dovuto scriverlo,
- è complesso e sfaccettato.
In questo libro di Agatha Christie e altri dodici giallisti troverai tutto questo, ma anche cadaveri, omicidi, silenzi e soluzioni creative. Se lo vuoi comprare in digitale, su BookRepublic lo trovi in formato epub e pdf (ci siamo affiliati, quindi se lo prendi da lì riceveremo una piccola commissione che ci aiuterà a rendere un po' più sostenibile questo progetto).
Buona lettura!

Erika e Matteo
 
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