C'è consenso attorno all'open?
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Aperto e open sono parole che hanno raggiunto una certa maturità, soprattutto se abbinate a cose come source, data, access e content. Questa settimana prendiamo spunto da una domanda: c'è consenso - o dibattito - attorno a queste parole? Detto in altri termini, dobbiamo toglierci gli occhiali che ci fanno vedere il mondo rosa e cominciare a riflettere sugli argomenti che trattiamo? Spoiler alert: sì! Per quanto ci riguarda, già lo facciamo, ma approfittiamo per lasciare la parola anche a qualcun altro.

Partiremo da una risposta ad un articolo con una focalizzazione mal formulata, per passare tra le maglie insidiose di software libero-Open Source e finire in pasto al grande punto di domanda dell'Open Data by default, giusto per non essere ciechi ad eventuali problemi con le parole che scegliamo di usare.

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Impariamo su cose aperte

David Wiley si è imbattuto in un articolo dove c'era scritto che è in corso un dibattito su cosa si intenda con aperto nel contesto dell'educazione. Da bravo sostenitore dell'open si è premurato di rispondere con un lungo blogpost - che ha tradotto Erika.
"Avendo dimostrato che c'è un forte consenso su cosa significa aperto in una varietà di termini pertinenti all'istruzione e alle tecnologie educative, potremmo arrischiarci a chiedere "dove sta il dibattito?". Da quello che vedo, le uniche persone attivamente partecipi nel dibattito attorno alla parola open nel contesto educativo sono (1) quelli che l'hanno mal interpretata perché non sono ancora parte della comunità e (2) quelli i cui modelli di business potrebbero collassare se la gente avesse libero accesso e licenze aperte per i loro prodotti". Lettura lunga, ma chiara.

E se lo dice Stallman...

"Il termine 'software libero' ha un problema di erronea interpretazione: un significato non intenzionale, il significato 'il software che si può avere a costo zero' rientra nel significato del termine così quanto il significato che realmente si voleva dare a questo termine, 'il software che dà agli utenti certe libertà'. Cerchiamo di puntualizzare questo problema con la pubblicazione della definizione di software libero e dicendo: pensate alla 'libertà di parola' e non alla 'birra gratis'. Questa non è una soluzione perfetta; non riesce a eliminare del tutto il problema. [NdT: il termine free in inglese significa sia gratuito che libero, in italiano il problema non esiste]. Un termine corretto e non ambiguo sarebbe meglio, se non avesse altri problemi", dice Richard Stallman in questo post tradotto da Andrea Fascilla (il post è la versione aggiornata di Perché "Software Libero" è meglio di "Open Source"). Si tratta solo di semantica? Non proprio: le parole portano con sé mondi di significati e aspettative, comprese istanze su etica e praticità.

By default, funziona?

In questo post Simone Aliprandi riflette sulla normativa italiana e sull'open by default. "Il meccanismo del cosiddetto open by default è in effetti scaltro: sfruttare in positivo l’inerzia delle pubbliche amministrazioni che non si attivano adottando licenze open per i loro dati e documenti. Questo è il testo della norma (in versione abbreviata): “I dati e i documenti che le amministrazioni titolari pubblicano, con qualsiasi modalità, senza l’espressa adozione di una licenza, si intendono rilasciati come dati di tipo aperto”. In altre parole, se una PA pubblica dei dati o dei documenti e per qualche motivo non indica una licenza d’uso, i cittadini possono sentirsi liberi di utilizzare quei dati e documenti invocando l’art. 52 CAD e senza dover chiedere il permesso". Fantastico, no? Il problema è che fatta la legge, trovata la gabola, quindi non si sa mai se il principio è applicabile o meno.
Questo è uno di quei principi attorno a cui c'è assoluto consenso nella comunità, ma è più facile da enunciare che da applicare.

NELLA LIBRERIA DI #CivicHackingIT

L'ingenuità della rete. Il lato oscuro della libertà di internet di Evgeny Morozov, Codice Edizioni

Se molte delle risorse che ti segnaliamo rientrano più o meno nelle file dei tecno-ottimisti, Morozov proprio no. Sempre critico nei confronti della rete, è il giusto contrappeso per avere una visione un po' più realista delle cose che stanno online. In questo libro - che trovi anche in epub -, l'autore ci mette di fronte al lato nascosto della luna: è vero che possiamo usare l'internet - e l'open - per fini alti e nobili (come la diffusione e l'accesso alla conoscenza, per dirne una), ma è anche vero che quegli stessi strumenti possono essere usati per cose molto meno nobili (ad esempio, come succedaneo del panem et circenses romano). Essere consapevoli di entrambi questi aspetti, aiuta ad avere una visione più chiara dello spazio incorporeo che abitiamo. E, forse, a far avanzare il dibattito e il consenso anche attorno all'open.
Buona lettura!

Erika e Matteo
 
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