Come, scusa?
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In questo periodo stanno succedendo un sacco di cose che ci stanno facendo riflettere sulle parole che scegliamo di usare.
La prima parola che scegliamo di usare oggi è grazie e la rivolgiamo in particolare a Elena e Lorenzo che hanno sostenuto con una donazione questo numero.

Al di là di questo, una delle cose più eclatanti è il giornale The Guardian che ha deciso di cambiare il linguaggio usato dalla redazione per parlare di cambiamento climatico. Nell'articolo che accompagna i cambiamenti nella guida di stile si può leggere che Katharine Viner, l'editore capo del giornale, ha ritenuto doveroso usare parole diverse, perché cose come l'espressione cambiamento climatico "sembrano piuttosto passive e gentili mentre ciò di cui stanno discutendo gli scienziati è una catastrofe per l'umanità".

Le parole hanno un potere che non riguarda solo l'immaginazione, ma la creazione di un universo di senso definito: cambiamento climatico può farti dire che cambiare fa bene, emergenza climatica probabilmente no (e lo sanno bene i materani e i veneziani che in questa settimana ne hanno viste di tutti i colori).

Questa settimana parliamo di come scegliere parole migliori, di che impatto hanno quelle che scegliamo e di come veicolare meglio i messaggi civici e i cambiamenti di cui ci facciamo ambasciatori.

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Con l'uovo di Colombo facciamo frittate

Impara dagli errori degli altri

L'attuale presidente americano ha una comunicazione interessante da analizzare. Si va da cose piuttosto discutibili, ma con grande impatto (un esempio è la parola covfefe twittata nel 2017 e diventata il nome di una proposta di legge che ha come nodo centrale il conservare tutte le interazioni sui social dei presidenti americani), a cose parecchio studiate (come l'apparente semplicità di linguaggio che ha caratterizzato la sua campagna elettorale, trovi un'analisi a riguardo su Inside Marketing).
Ogni tanto, però, si lancia in mondi fantasiosi, tipo quello in cui Stati Uniti e Italia sono partner commerciali dall'epoca dei romani. Se l'affermazione ti ha fatto roteare gli occhi nelle orbite, immagina essere la traduttrice professionista che deve tradurla a Mattarella. Se non ce la fai, non fa niente: è diventata virale (trovi il video su Globalist). Il problema non è dire una castroneria - quello capita a tutti - ma pensare che nessuno se ne accorgerà. Ecco, impara dagli errori degli altri e ricorda che le parole vanno verificate prima di usarle.

Storie difficili

Donata Columbro fa uno di quei mestieri difficili da spiegare alle nonne (content strategist e digital campaign advisor), ma lei è bravissima e ci riesce, quindi dice che aiuta le storie a incontrare le persone e che studia "strategie di comunicazione per coinvolgere e far crescere la tua comunità attorno a un’idea o a un prodotto". Il che sarà anche complicato, ma molto meno del titolo "ufficiale".
Quando Donata decide di condividere un post, noi lo leggiamo sempre con interesse. Quando poi il post in questione riguarda le parole, beh, il gioco è fatto. In uno dei suoi ultimi post, fa una domanda banale: hai mai pensato a come raccontare storie difficili senza allontanare le persone?
La storia difficile da cui fa partire l'analisi è la net neutrality: "Una parola in inglese, come la net neutrality, che identifica un dramma sociale, con conseguenze immediate sulle nostre vite, in Occidente, e su quelle di milioni di persone nel sud del mondo. Ma chi ne ha mai sentito parlare? E chi ha voglia di saperne di più? [...] Francesco, designer [...], esordisce con una verità sacrosanta: la storia non può cominciare escludendo subito l’interlocutore, nessuno vuole sentirsi stupido o fuori dal mondo. Se ti chiedo 'sai cos’è il land grabbing, no? allora vieni a scoprirlo', ti faccio partire in condizioni di inferiorità, inevitabilmente ti allontano da me. Ti sto comunicando che 'sei una persona che non ne sa nulla, io ho la verità, te la illustro e poi ti chiedo anche soldi / tempo per farmi continuare a fare quello che faccio, anche se non lo capisci'. Pensate a quante volte ci sentiamo “esclusi” leggendo un articolo di giornale. Che non comincia raccontando il fatto, ma molto più spesso la posizione di un politico o dello stesso giornalista, su quel fatto. E usa abbreviazioni, termini in altre lingue, riferimenti a leggi che non vengono spiegate. Alziamo una barriera e ci aspettiamo che le persone restino ad ascoltarci".

Vabbè, quanto la fate grande

Pensare che le parole siano effimere e senza peso è miope. Ultimamente abbiamo scoperto che esiste addirittura una scala per misurare "il grado di pregiudizio e discriminazione esistente all'interno di un gruppo sociale o di una comunità". Lo strumento si chiama scala Allport e ne ha parlato in modo molto chiaro Annamaria Testa nel suo blog.
Se consideriamo la Rete come un insieme di gruppi sociali e comunità (non limitiamoci a pensare ai social network), è chiaro che possiamo applicare la scala Allport anche alle parole che viaggiano sul Web. L'esigenza di cambiare alcune dinamiche è tornata alla ribalta in questi giorni dopo che un deputato ha avuto una trovata "brillante": schedare tutti gli utenti dei social (puoi recuperare un resoconto della vicenda su Valigia Blu ti avvisiamo che è una lettura lunga, ma ne vale davvero la pena). Al di là della questione tecnica che è complessa e che Arianna Ciccone ha spiegato nell'articolo che ti abbiamo linkato meglio di come potremmo fare noi, il cuore della questione sta tutto nelle parole: il deputato confonde nickname e anonimato, tralasciando completamente il problema dell'odio e della discriminazione (online o offline non fa differenza, come dimostra un'altra vicenda che coinvolge altri due politici).
Lasciarti così sarebbe ingiusto, quindi ti segnaliamo anche un paio di risorse per riappropriarti consapevolmente del linguaggio che usi online. La prima si chiama Parole O_Stili e ha "l’ambizione di ridefinire lo stile con cui le persone stanno in Rete, vuole diffondere l’attitudine positiva a scegliere le parole con cura e la consapevolezza che le parole sono importanti". La seconda è un piccolo decalogo per l'attivismo online, curato anche lui da Annamaria Testa, perché la circolarità tutto sommato ci piace.

NELLA LIBRERIA DI #CivicHackingIT

Con parole precise. Breviario di scrittura civile di Gianrico Carofiglio, Laterza

Anche se a te è arrivata con un altro oggetto, nel nostro calendario editoriale questa mail sta sotto al titolo Il potere delle parole e da questo alle citazioni prese dai supereroi il passo è davvero troppo breve. Quindi, "da grandi poteri derivano grandi responsabilità" e le parole di potere ne hanno eccome. Quindi abbiamo scelto questo saggio (che trovi anche in formato epub) in cui Carofiglio analizza il linguaggio - in particolare quella branchia davvero fastidiosa che è il legalese - per dimostrare che parlare difficile è solo una montatura per non fare fatica.
Scegliere parole precise, scrivere per farsi capire e scegliere le metafore corrette sono tutti strumenti di democrazia e di diffusione della verità per l'autore, quindi perché non provarci e vedere se funzionano davvero?
Buona lettura!

Erika e Matteo
 
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