Il civic hacking è legale?
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Nel mese di ottobre abbiamo partecipato a diversi eventi organizzati da comunità che ci conoscono poco. Abbiamo avuto modo di scoprire le facce di alcuni iscritti, che ci ha fatto parecchio piacere. Ma abbiamo avuto anche modo di chiacchierare con persone che hanno sentito parlare di civic hacking per la prima volta. Sia al WordCamp di Verona, che al Festival di Informatici Senza Frontiere ci è capitata una domanda formulata con parole diverse, ma che di fondo dicevano la stessa cosa. Un signore ci ha chiesto se quello che fa il civic hacking ha a che fare con i centri sociali. Un ragazzo ci ha detto che, per lui, decidere di bucare il sito del comune e assegnare tutte le case popolari era un atto di civic hacking. Un altro ancora ci ha scambiato per degli hacker black hat e ci ha chiesto consigli tecnici.

Insomma, il tema di questa newsletter è: il civic hacking ha a che fare con l'illegalità?

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La Banda Bassotti (non) ci fa da mentore

Fare civic hacking significa fare qualcosa (anche) di illegale?

Cercando di non essere logorroici, la risposta è no. Il civic hacking ha più a che fare con le opportunità mancate: in un mondo ideale - cioè che non esiste - non ci dovrebbe essere bisogno di civic hacker.
Tornando alla legalità, però, "Erika ha sottolineato che nel civic hacking, come in altre cose, ognuno decide quanto e come mettersi in gioco. Non c’è un manuale. [...] Il civic hacking non ha a che fare con azioni di natura illegale, ma riesce a sfruttare a suo vantaggio quelle che Erika ed io definiamo come 'zone grigie'. Si tratta di ambiti che non sono gestiti in maniera esplicita e che non vietano le azioni che ci proponiamo di fare. Grazie alla creatività dei singoli civic hacker, sono modalità per fare le cose che non erano state previste da nessuno. Questo è lo spirito di base. La realtà è che si tratta di un punto di partenza: è fondamentale conoscere gli ambiti affini, come la disobbedienza civile o l’hacktivism" scrive Matteo nel resoconto del Festival di Informatici Senza Frontiere.

Quello si chiama hacktivismo

Quel ragazzo che voleva assegnare le case popolari stava parlando di hacktivism. Anche se una volta abbiamo già nominato l'hacktivism in una newsletter, non ci abbiamo mai dedicato lo spazio che merita, quindi partiamo dalle basi.
Wikipedia fornisce una buona definizione: "il termine è stato coniato nelle interazioni fra i protagonisti delle prime azioni di disobbedienza civile in rete. In particolare è stato riferito agli autori dei primi netstrike condotti a livello mondiale per protestare contro abusi dei diritti civili, governi corrotti o sentenze di pena di morte. Successivamente il termine hacktivism è stato impiegato per indicare le pratiche di coloro i quali, usando reti e computer in modo creativo, hanno messo in discussione l'operato di governi e multinazionali organizzando petizioni online, virus benevoli, siti web di controinformazione, e altri strumenti per l'abilitazione di tutti i cittadini alla libera comunicazione elettronica. [...] Per gli hacktivisti i computer e le reti sono strumenti di cambiamento sociale e terreno di conflitto [...] le forme dell'azione diretta tradizionale sono trasformate nei loro equivalenti elettronici: la manifestazione di piazza, il corteo, si è trasformata nel netstrike, il corteo telematico; l'occupazione di stabili in disuso, nel cybersquatting; il volantinaggio all'angolo delle strade nell'invio massivo di e-mail di partecipazione e di protesta, il banchetto delle petizioni nelle petizioni on line; i tazebao scritti a mano diventano pagine web e le scritte sui muri e i graffiti vengono sostituiti dal defacciamento temporaneo di siti web."
Per capirne davvero le potenzialità, ti lasciamo con le parole di chi ha scritto la voce per la Treccani. "Nell'analisi di questo rapporto fra il potere e la comunicazione viene sviluppata la critica hacktivist alla società odierna, per la difesa dei beni comuni dell'informazione e della conoscenza che si producono nei circuiti dell'interazione sociale, che i media e l'industria tradizionale tendono a non riconoscere."
Quanto di tutto questo sia anche nel DNA del civic hacking meriterebbe una riflessione a parte, ma riducendo la risposta all'osso potremmo dire che sono cose della stessa famiglia, cugini distanti, non fratelli.

Disobbedienza civile, siamo sicuri?

L'abbiamo nominata svariate volte questa settimana, ma cos'è la disobbedienza civile?
"Il rifiuto da parte di un gruppo di cittadini organizzati di obbedire a una legge giudicata iniqua, attuato attraverso pubbliche manifestazioni. La locuzione (civil disobedience) fu introdotta nel 19° sec., negli USA, dallo scrittore e filosofo H.D. Thoreau, imprigionato per essersi rifiutato di pagare le tasse legate alla guerra contro il Messico" ci dice la Treccani. E già da qui si capisce che la disobbedienza civile ha in sé l'idea dell'estraneità alle leggi dello Stato. Una parte dell'essere cittadini - e quindi esseri politici - è l'idea di avere la libertà di criticare norme e definizioni legali che non ci sembrano giuste. Il che, comporta sempre delle conseguenze (non a caso, molti nomi noti per la loro disobbedienza civile hanno passato più di qualche ora tra le sbarre).
"L’atto di disobbedienza diventa così, come d’altra parte è sempre stato, una questione che oscilla costantemente tra l’etica e la morale in base al comune e soggettivo concetto di Male. E a volte, scrive la Arendt, è anche impossibile per il soggetto accettare il male, seppur come male minore: 'Coloro che scelgono il male minore dimenticano troppo in fretta che stanno comunque scegliendo il male'. Vivere con se stessi accettando d’aver commesso il male è lo snodo che mette in contrasto il proprio agire con l’agire richiesto dallo stato e dalle leggi. Per questo sia per Thoreau sia per Arendt, la disobbedienza civile è una questione prettamente soggettiva, legata a un rapporto con se stessi" scrive Luca Romano per minima et moralia.
Al di là della questione filosofica che c'è in ogni scelta che si compie, la disobbedienza civile non è uno strumento per tutti perché le conseguenze non sono uguali per tutti. Il civic hacking è un po' più democratico, in fondo.

NELLA LIBRERIA DI #CivicHackingIT

Disobbedienza civile di Henry David Thoreau

A quanto pare, questo è uno dei primi saggi in cui si trova l'espressione "disobbedienza civile". Scritto nel 1848 raccoglie i pensieri dell'autore incarcerato per essersi rifiutato di pagare una tassa che avrebbe finanziato la guerra in Messico. Prima di imbarcarti nella lettura di questo saggio (che è in pubblico dominio, ma se vuoi offrire un caffé a LiberLiber schifo non gli fa), ricorda che per Thoureau legge e diritto non sono la stessa cosa. Ricorda anche che l'autore ha una fiducia cieca nella capacità morale dell'individuo di individuare quello che è giusto e quello che è sbagliato. Come ultima cosa, ricorda che per Thoureau è più importante essere uomini che cittadini. Nonostante abbia dei passaggi piuttosto criticabili, questo è un saggio che ha ancora un senso leggere, anche se si vuole fare civic hacking e non hacktivism o disobbedienza civile.
Buona lettura!

Erika e Matteo
 
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